biblioteca/infoshop - la Talpa

19 ott 2016

donne combattenti



Nena News parla con Riza Altun, comandante del Partito Kurdo dei Lavoratori a Qandil. Una discussione a tutto tondo, dal ruolo della Turchia e di Israele fino agli interessi delle super potenze

di Thomas Rei
Qandil (Iraq), 19 ottobre 2016, Nena News – A nord est dell’Iraq, nel Kurdistan Bashur e al confine con l’Iran, imponenti montagne delimitano due Stati da secoli profondamente differenti tra loro. Su quelle alture l’esercito Kurdo guidato dal Pkk difende e combatte quel territorio. Cuore di quelle montagne la municipalità di Qandil, composta da sessantuno villaggi e settemila persone, la cui maggior parte vive di agricoltura e allevamento. Alcuni abitanti, a fatica però continuano a lavorare nelle città vicine.
La politica applicata è quella del Confederalismo Democratico sostenuta dal leader Abdullah Ocalan ed è forse anche per questo che dal governo regionale non arriva nessun aiuto. Nell’agosto del 2011 e del 2015, alcuni villaggi sono stati bombardati dall’esercito turco uccidendo nelle loro case, inermi cittadini. Bombardamenti che continuano contro le postazioni dei guerriglieri kurdi dislocate su quelle alture.
Al sicuro dallo specchio del cielo, incontriamo il comandante guerrigliero Riza Altun membro del Kck (Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan) per avere notizie di quanto sta avvenendo in Medio Oriente, ed in particolare della questione kurda.
Quale il ruolo della Turchia in questo conflitto?
Sino a quando non è scoppiato il conflitto, il governo turco di Erdogan, aveva una strategia sul Medio Oriente. Voleva creare un’unica cultura, come durante l’Impero Ottomano, attraverso la creazione di scontri tra i tanti gruppi religiosi presenti. Suoi alleati: Arabia Saudita, Qatar e i mercenari di Al Nustra e Daesh.Solo il nostro intervento e la nostra vittoria a Makhmur, Senjar e soprattutto a Kobane, è riuscita a fermare il loro obiettivo e ha costringere la Turchia e Daesh a lasciare la zona.
Le forze e la resistenza di Ypg e Pkk non ha solo rotto la forza di Daesh e impedito alla Turchia di utilizzare i mercenari per i suoi progetti politici ma li ha costretti a cambiare la loro politica e la loro strategia soprattutto nei confronti dell’occidente.
In particolare sul rapporto che ha tenuto sino ad oggi le forze estremiste islamiche presenti nel conflitto?
Non ha interrotto le alleanze con i gruppi estremisti ma non potendole più usare, è dovuto intervenire con il proprio esercito. Possiamo prendere ad esempio quello che è successo a Jarabolus e a Mimbich. Quando Ypg ha liberato Manbij sconfiggendo Daesh, la Turchia è stata costretta ad intervenire su Jarabolus per andare in loro soccorso e impedire l’unione dei tre cantoni kurdi.
Per fare questo, però aveva bisogno di un buon motivo e quello escogitato è stato di affermare che Daesh era pericoloso per la loro sicurezza e che era necessario liberare la zona e salvare le persone. In realtà a Jarabolus i turchi non hanno combattuto Daesh ma attaccato i kurdi per cacciarli da quella zona e proteggere così tutti gli uomini del “califfato”. Questo episodio mostra la vera strategia della Turchia che smette di utilizzare i salafiti e occupa, con la scusa di cacciarli, i paesi limitrofi con il suo esercito. Il suo obiettivo è intervenire per impedire che la Siria diventi uno Stato federale e acquisire così il diritto di partecipare alla decisione del nuovo regime da instaurare in quella terra. Per questo vuole proseguire verso Raqqa e Aleppo, per impedire il riconoscimento dello Stato kurdo e poter gestire questa parte importante del Medio Oriente.
Il tutto con l’assenso di Russia e Usa?
Sorprendente. Sappiamo solo che nessuno degli occidentali a parole lo voleva ma una notte, mentre erano a colloquio i ministri degli Esteri russo, iraniano e statunitense, per uno strano motivo, la Turchia è entrata a Jarabolus. Senza nessuna protesta, anche se questo è spiegabile. Erdogan, che era sull’orlo di essere messo ai margini, è, per così dire, ritornato sulla scena, giocando sul ricatto dei profughi siriani verso l’Europa e su un accordo tra Russia ed Usa sull’Ucraina. Il tutto sulla pelle dei kurdi. E’ come se all’improvviso, per l’Europa e per tutti gli altri paesi, la Turchia si fosse trasformato da paese che appoggia Daesh in paese democratico schierato contro il “califfato”.
Ma perché avrebbero acconsentito all’ingresso della Turchia?
Russia e Stati Uniti si sono accordati perché entrambi sperano di utilizzare la Turchia per i propri interessi in quell’area. L’America vuole utilizzare la Turchia per indebolire il regime siriano e rivendicare la sua supremazia in Medio Oriente, mentre la Russia, per indebolire il suo legame con gli USA. Credo però che gli ultimi avvenimenti abbiano fatto saltare anche quest’accordo e si presenti un nuovo scenario perché la Turchia si sta alleando con le forze contrarie al regime, la Russia si sta rafforzando e gli Stati Uniti sono di sostegno alla Turchia nella sua avanzata. Un gioco pericoloso per la Turchia perché, se proseguirà oltre Jarabolus, non potrà evitare uno scontro con la Russia e le forze fedeli ad Assad. Anche con le forze Usa c’è questo pericolo perché, come dichiarato da un portavoce dell’esercito, in questo momento non esiste nessun accordo con la Turchia né con la Russia sul territorio siriano. In questo momento si stanno evidenziando tutte le contraddizioni causate dal fallimento delle loro strategie e se l’America utilizzerà la Turchia come forza di distruzione e alleata della coalizione, la Russia sarà obbligata a difendersi e questo condurrà alla futura guerra tra gli Stati.
Un serio pericolo di guerra mondiale…
Per questo è molto pericoloso l’atteggiamento della Turchia, perché se fosse stato il vecchio Stato kemalista la sua politica sarebbe stata molto chiara e non si sarebbe mai spinta così avanti, ma la sua svolta islamista evidenzia il tentativo di creare un nuovo impero nel Medio Oriente. Uno Stato Islamico governato con la Sharia. Dicono che la Turchia combatte Daesh ma per esempio a Manbij abbiamo combattuto 100 giorni, con 150 compagni morti e oltre 1000 feriti ed erano presenti anche le forze armate della coalizione. Una battaglia difficile per liberare la città. Com’è possibile che con i turchi dopo settanta giorni di guerra siano morti solo due soldati e un solo blindato distrutto? Dov’è finita tutta la forza di Daesh scatenata contro di noi? Noi pensiamo che a Manbij, la Turchia sia arrivata per salvare Daesh dalla disfatta e che i suoi uomini siano passati con loro. Questo è pericoloso per tutti. Anche per voi europei perché significa un corridoio di terrorismo aperto dal Medio Oriente verso l’Europa.
In tutto questo, il governo centrale iracheno e quello federale kurdo di Barzani come reagiranno?
La Turchia ha creato un nuovo modo di pensare il Medio Oriente islamico ed è per questo che vuole partecipare all’attacco di Mosul. Perché così sarebbe in grado di poter decidere il destino di questa parte del Medio Oriente. Ma chi ha aiutando la Turchia per esempio ad arrivare sino nel Bashur? E’ il Partito democratico del Kurdistan (Kdp) di Barzani, suo grande amico, come il Qatar e l’Arabia Saudita. Guarda casa, tutti Stati di religione islamica salafita.
Il Kdp combatterà al fianco della Turchia e se questi quattro Stati arriveranno a Mosul, nulla cambierà, perché Daesh è il residuo delle tribù sunnite legate a Saddam e i paesi da noi liberati da Daesh, da Sinjar al Rojava, torneranno sotto il dominio sunnita. Significa di nuovo una maggioranza sunnita e gli sciiti che non avranno più il loro posto in questo paese. I problemi in questo senso ci sono già stati, infatti, il governo centrale iracheno, di fronte al rifiuto della Turchia di uscire dal Kurdistan iracheno, ha presentato una denuncia internazionale contro la sua invasione nel Rojava in direzione di Al-Bab. Se riusciranno a conquistarla, sarà più facile per loro aprire un corridoio con Aleppo.
Quindi un finto corridoio di sicurezza, come annunciato da Erdogan?
Mi spiego meglio. Se la Turchia arriva a Mosul e poi prosegue per Telafer e poi per Sinjar, arriverà a controllare tre zone sciite. Dall’altro lato di Snjar poi c’è Raqqa e da l^ il corridoio che arriva sino a Jarabolus dove ci siamo noi. Quest’azione creerà non un dominio diretto della Turchia ma una nuova enclave sunnita composta dai residui di Saddam, Daesh, Turchia e Kdp.
In questo gioco l’Europa e la comunità internazionale sono in pratica assenti.
La domanda giusta è chi ha permesso alla Turchia di arrivare sino a qui? Come mai hanno di nuovo aiutato la Turchia che era in difficoltà visto il suo fallimento politico? Perché l’Europa sostiene un paese che li insulta, porta avanti la sua identità islamica come l’unico “giusto” e non rispetta i principi di democrazia su cui si fondano gli stati dell’Unione? Noi siamo sbalorditi da questa passività dell’Europa e del fatto che li hanno ingabbiati con il fermo e controllo dei due milioni di possibili immigrati diretti verso di loro. I vostri politici sbagliano perché quello che sta facendo la Turchia, rischia di produrre oltre venti milioni d’immigrati diretti verso l’Europa.
Le forze internazionali presenti sul territorio hanno l’obiettivo principale di contenere i kurdi ed impedire che si estendano sul territorio. Un buon risultato per la Turchia potrebbe essere impedire che si riuniscano tre dei quattro cantoni kurdi. Per i russi proteggere Assad e riconquistare potere in quel territorio e per l’America indebolire il regime siriano utilizzando anche i turchi magari tradendo i kurdi. Questa politica è molto pericolosa perché dopo cinque anni di guerra bisognava creare dei gruppi democratici per consentirgli di gestirsi autonomamente ma al contrario hanno deciso di creare una guerra molto più lunga.
E il ruolo dell’Iran?
Russia, Siria ed Iran hanno creato una compagine che sta aumentando il suo potere e questo crea innalzamento della tensione nei confronti della coalizione guidata degli Stati Uniti. Anche perché questi stanno usando la Turchia per provocarli. La verità è che la politica dei potenti non risolverà la questione della guerra, perché tutti cercano di aumentare la propria egemonia. Questo non sarà per loro facile, perché restano comunque i popoli schierati contro il tentativo di imporre la loro egemonia.
In Siria rimane ancora in campo l’Esercito Libero Siriano?
La verità non è sempre quella detta. In realtà non esiste un Esercito Libero Siriano perché ognuno addestra degli uomini, li chiama così e agisce per attuare la propria politica. Io conosco almeno 100 di gruppi che agiscono con quella sigla. La maggior parte creata reclutando e pagando i profughi provenienti dai numerosi campi allestiti in questa regione. Mercenari disposti a sostenere una fazione o l’altra a seconda di chi paga meglio. Una politica “educa e addestra” attuata soprattutto dalla Turchia che addestra sunniti e li fa entrare pagati, come Daesh, nel paese.
Oggi ci sono oltre 2000 persone che sono arruolate con la Turchia, ma sono ragazzi pagati che non sanno combattere. In realtà, non esiste un movimento! Infatti, molti scappano e si uniscono ad altri gruppi legati al Daesh. Non neghiamo però, che ci sono anche alcuni membri dell’Esercito Libero Siriano che dialogano con noi del Pyd.
Quindi una rivolta contro Assad, senza delle fondamenta richiesta di libertà?
All’inizio della rivolta, alcuni scappati dal regime siriano hanno provato a sviluppare un Esercito Libero Siriano ma in realtà non sono riusciti a diventare un gruppo organizzato perché sono stati subito infiltrati e controllati dalle forze internazionali. La maggior parte di loro erano membri del servizio segreto che erano lì solo per controllare lo sviluppo delle vicende. Avevano già contatti con le forze internazionali. Un gruppo per esempio lavora con il servizio segreto egiziano e un altro con quelli degli Emirati Arabi. Attraverso poi al versamento di enormi somme di denaro, hanno creato anche altri gruppi con il solo obiettivo di difendere il proprio interesse. Questo denaro, però, ha provocato scontri al loro interno ed ora in Siria, è rimasto solo un marchio usato da molti.
Ma in Europa nessuno ha negato l’appoggio all’Els
Esercito Libero Siriano è un nome che piace molto all’Europa perché se deciderà d’intervenire in questo conflitto, prenderà 1000 membri di questi, li pagherà 1000 dollari il mese, li utilizzerà a proprio favore senza muovere le proprie truppe o ufficializzare la propria presenza.
Altro problema è che in questo conflitto, basta far credere al mondo di voler combattere contro Daesh, per essere liberi di commettere qualsiasi schifezza. Come sta facendo la Turchia.
Rimane la questione della vendita del petrolio e di chi lo acquista da Daesh…
Anche se è molto difficile crederlo, Daesh nei territori che occupa, continua a vendere il petrolio anche alle forze che lo combattono. Russia, Iran e Turchia. A tutti! Compreso Israele che non è estraneo a quanto sta avvenendo. Se pensiamo al fatto che Al Nusra e Daesh sono due gruppi radicali islamici e vorrebbero morti tutti i non credenti, non è strano che, pur essendo presenti nelle colline del Golan al confine tra Siria ed Israele, non abbiano sparato neanche un colpo contro i suoi territori? Ma se per Israele i gruppi islamici erano così pericolosi, non dovevano essere i primi ad essere bombardati? Anzi, è risaputo che i loro feriti sono stati curati negli ospedali d’Israele e ancora oggi sono molto più numerosi di quelli curati in Turchia. Tempo fa però, Hezbollah ha compiuto delle operazioni proprio su quelle colline e sono stati immediatamente bombardati da Israele.
Qual è il vostro rapporto con Hezbollah libanese?
In passato abbiamo collaborato con loro ma poiché hanno deciso di schierarsi con il regime iraniano per noi diventa difficile continuare.
In questo contesto/scontro tra Stati Uniti e Russia rimane il problema del destino dello Stato kurdo che ancora una volta nessuno sembra prendere in considerazione.
Noi abbiamo detto chiaramente che il Medio Oriente è diventato così perché dopo la fine della prima guerra mondiale non è stata riconosciuta ai kurdi la loro sovranità. Se succederà ancora, il mondo peggiorerà ancora. Prima in Medio Oriente c’era il problema dei kurdi e ora nel mondo c’è il problema del Medio Oriente. Le due cose si sono incrociate. Se questo conflitto continua cosi, credo non terminerà a breve ma tra parecchi anni.
 Nena News

27 set 2016

catalogo dell'infoshop laTalpa

catalogo on line della nostra biblioteca

Infoshop - la Talpa: stiamo lentamente catalogando i libri della nostra biblioteca, per chi vuole dare un'occhiata questo qui sotto e' il link... buona lettura

www.librarything.it/catalog/infoshoplatalpa 

un articolo dell'anno scorso...


REGGIO. IL 26 RICORRE IL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEI 5 ANARCHICI

SCRITTO DA ROCCO PALAMARA IL . PUBBLICATO IN AGGIORNAMENTICOPERTINECULTURALIBRI E SCRITTORI

5anarchicidelsud
In un mondo rovesciato, dove gli assassini si definiscono  Onorati e i ladri Onorevoli, dubito che le autorità di Reggio si prenderanno la briga di commemorare i cinque Anarchici della baracca, nell’anniversario della loro morte avvenuta 45 anni fa. Eppure essi diedero tutto, anche la loro giovanissima vita, per la città che altri suoi figli “illustri” e osannati depredarono e offesero.  Questi i nomi dei 5 anarchici: Angelo Casile, Francesco Scordo, Gianni Aricò, tutti di Reggio, Annalise Bort, di Amburgo e moglie di Aricò, e Luigi Lo Gelso di Cosenza. Tutti trucidati con un finto incidente stradale sull’autostrada presso Ferentino (FR) la notte del 26 settembre del 1970.
Dei cinque, Angelo, Gianni e Franco erano conosciutissimi a Reggio per la loro squisita personalità e il loro ruolo di primo piano nella scena politica e culturale della città, dove cercarono di incidere con le loro idee innovative ma applicandosi soprattutto nelle cose pratiche e concrete: intervenendo nelle agitazioni, le assemblee e gli scioperi nelle scuole, tipici di quegli anni, e anche nelle lotte sindacali (come quelle con i metalmeccanici dell’Omeca. per non farsi scippare la fabbrica da Reggio); dovendo per giunta vedersela con le squadrette dei fascisti che spadroneggiavano nella città.
Quando nel luglio del 1970 iniziarono le proteste per il trasferimento del capoluogo a Catanzaro, essi cercarono di indirizzare la rabbia della gente verso obiettivi concreti come la mancanza di lavoro e il cancro dell’emigrazione; e quando videro che a prevalere era la demagogia dei vecchi notabili democristiani e poi degli avventurieri neofascisti, continuarono a operare controcorrente esponendosi a pericoli maggiori.  Con i “boia chi molla” di Ciccio Franco, il parapiglia di Reggio capoluogo divenne un paravento per le manovre eversive collegate alla cosiddetta strategia della tensione e al progetto di colpo di stato di Julio Valerio Borghese.
Rimestando nel torbido avvennero allora i peggiori connubi (‘ndrangheta – magistrati –massoneria – servizi segreti, ecc …) e le spartizioni di tutto il depredabile della Calabria, col consenso assenso delle istituzioni.  In quanto crocevia di golpisti, stragisti e ogni specie di assassini, Reggio divenne un terreno minato per i pochi che cercarono di contrastarli come gli anarchici che “disturbavano” e non si piegarono alle minacce e alle aggressioni.
L’occasione per liberarsi di loro si presentò con un viaggio in occasione di una manifestazione di protesta a Roma. Il giorno prima un agente di polizia dell’ufficio politico, amico del padre di Lo Gelso, gli telefonò per raccomandarli di non far partire suo figlio per la Capitale. E questo è solo uno dei segni del fatto che essi erano controllati costantemente e che qualcuno si stava preparando a fermarli in qualche modo. Sarebbe lungo elencare gli altri indizi riconducenti a un assassinio mascherato.  Basti per tutti il fatto (stranissimo?) che l’autotreno, contro cui vennero incidentati con la loro Mini Morris i cinque compagni, era guidato da un tale Aniello alle dipendenze di una ditta riconducibile a Julio Valerio Borghese. Anni dopo un pentito, già ‘ndranghetista e militante in Avanguardia Nazionale, dirà al giudice:  
«Personalmente ritengo che quello dei cinque ragazzi non sia stato un incidente ma un omicidio. E tale opinione è condivisa anche da altri militanti avanguardisti.»
Aggiungendo che a parer suo non fu opera dei calabresi.
Nessuno, naturalmente, pagherà per quella strage; una delle tante impunite.
anarchici-770x470
Per noi ragazzi del gruppo anarchico di Africo, isolati nella costa jonica, i compagni di Reggio erano una presenza rassicurante e unico riferimento in Calabria.  A volte andavamo a trovarli nella famosa baracca (che era in realtà una palazzina liberty del 1909, piuttosto malandata, appartenuta a Biagio Camagna e messa a disposizione dagli eredi) e, se di passaggio per la SS.106, anche loro venivano da noi per il solo piacere di incontrarci. C’era dunque anche l’amicizia, e pertanto fu anche con un dolore personale che apprendemmo di quello che all’inizio passava “soltanto” per una disgrazia.
Fu con questi sentimenti che la mattina del 28, con due miei fratelli e un alto paio di compagni, prendemmo il primo treno per Reggio andando innanzitutto all’incontro dei pochi superstiti del gruppo della baracca. Tutti insieme poi ci recammo a casa di Franco Scordo il cui corpo avevano già restituito ai genitori.
A quell’ora del mattino trovammo là solo i famigliari con al massimo due o tre altre persone. La bara di Franco, morto a 18 anni, incombeva nel mezzo del piccolo soggiorno a cui si accedeva direttamente dalla strada. Tutta la famigliola era attorno: la madre con cinque o sei tra ragazze e ragazzine dall’altro lato della bara e – quasi in disparte – un uomo sulla cinquantina pallido e silenzioso, dal lato della porta.
In quell’ambiente cittadino – notai – mancava la gran folla dei lutti di paese; e con questo anche le cantilene funebri di greca memoria e le figure mediatiche che, con arte, distraevano dal dolore con parole di conforto. Ma anche là trovai che erano le donne le protagoniste del lutto: la madre declamava le lodi del figlio tra i pianti e nel contempo gestiva il movimento delle persone.  Ad altri ragazzi che rimanevano fuori della porta timorosi di entrare, li chiamò lei a farsi avanti:
-   Siete gli amici di mio figlio, venite …
    E poi, indicando l’uomo rannicchiato da un lato:
-  É il padre!   Date le condoglianze anche a lui!
Piangendo raccontava di quando, dopo l’ultima aggressione in cui era rimasto ferito, rimproverava il figlio per quella sua militanza anarchica pericolosa, dicendogli:   “ Perché corri tutti questi rischi per la gente; che ti danno poi a te le persone? “ . E della sua risposta: “ Ma io non voglio nulla dalla gente, sono contento di fare qualcosa per loro!”
A interrompere un po’ quello strazio, e il senso anche di umiliazione di noi compagni,  arrivò a un certo punto un uomo (credo inviato dal Comune) per chiedere ai genitori se acconsentivano al funerale solenne nel Duomo per tutte e 3 i deceduti insieme. Era la norma per le grandi disgrazie e loro, dopo essersi brevemente consultati, risposero che si poteva fare. Percepii nel gesto che ciò era inteso come l’occasione unica di compartecipazione tra le famiglie dei morti, e del loro figlio un “dono” reciproco con la città. Non sapevano però di andare incontro ad una cocente delusione poiché l’iniziativa si scontrava, più che di altri, con l’ostilità dei religiosi. Ciò a partire forse dallo stesso vescovo Mons. Giovanni Ferro,  corresponsabile (perlomeno) del comportamento del parroco della Candelora, suo sottoposto, che si rifiutò persino di accettare nella “sua” chiesa il feretro di Gianni Aricò, perché anarchico.  Al dunque niente funerale solenne e ciascuna famiglia lo fece per i fatti suoi.
Per l’ultimo saluto in modo unitario (e a modo nostro) tutti i compagni della sinistra cosiddetta extraparlamentare  andammo ad attenderli con le bandiere all’entrata del cimitero di Condera, e quando finalmente tutte le bare arrivarono nello spiazzo sulla collina l’avvocato Pino Morabito fece l’orazione funebre.
A distanza di tanto tempo qualche male informato scriverà che in quell’addio inconsueto e dal forte valore simbolico c’era una gran folla di 5.000 persone. Ma non è vero! Un tale numero di partecipanti sarebbe stato possibile solo se il Partito Comunista (antenato del PD) avesse mobilitato i suoi, e che non fece.
Eravamo perciò al massimo in duecento giovani tra anarchici, maoisti e comunistirossi delle varie sfumature. E c’erano anche (contro ogni consuetudine tra opposte ideologie) alcuni giovani fascisti del rione Marconi, lo stesso di Franco Scordo. In quanto suoi compagni d’infanzia, il giorno prima ci avevano fermati per chiederci il permesso di venire anche loro al funerale. Non concesso, vennero lo stesso (permesso o non permesso), e senza che nessuno tentasse di allontanarli fu quella una delle poche cose sagge e belle di quel triste giorno di 45 anni fa.